Fidarsi è bene, controllare è meglio

La fiducia è una cosa seria che si dà alle cose serie…”, questo era lo slogan pubblicitario di un popolare spot televisivo di fine anni ‘60, con il quale una conosciuta azienda produttrice di latticini proponeva i suoi prodotti.

L’intento del messaggio era molto chiaro: captare la fiducia dei consumatori, a quei tempi più conosciuti come teleascoltatori, motivandoli all’acquisto dei prodotti facendo leva, appunto, su tale sentimento. Sentimento che gli esseri umani in modi diversi, coscientemente o inconsciamente, in modo naturale o calcolato, ripongono in qualcuno o in qualcosa.

La storia umana è intrisa di tradimenti della fiducia. Il più importante di tutti, poco più di duemila anni fa, ha dato origine al Cristianesimo; un altro è ricordato come il tradimento del proprio sangue, quello di Bruto verso il padre Giulio Cesare; molte guerre più che per la forza brutale sono state vinte per effetto di raffinati tradimenti; le diverse battaglie politiche sono disseminate di tradimenti, per opera dei cosiddetti “voltagabbana”; in Otello di Shakespeare la tragedia si compie a causa del tradimento di Iago, e gli esempi potrebbero continuare.

Nei rapporti di lavoro l’infedeltà si manifesta in modi differenziati, secondo le motivazioni che le hanno dato origine. La fiducia è un collante che permette di solidificarli questi rapporti: tra colleghi, tra dipendente e datore di lavoro, tra cliente e fornitore, tra impresa e banca, tra impresa e tutti coloro che a vario titolo collaborano con essa, ecc., ecc..

Quando nei rapporti di lavoro la fiducia è tradita gli effetti che si generano hanno natura e specie diversi, e grado di conseguenze apprezzabilmente variabile, in relazione alle circostanze nelle quali il tradimento è avvenuto.

Nei due casi professionali di cui parlerò tra poco l’infedeltà è lo scenario delle storie: nel primo è possibile parlare di tradimento della fiducia in senso “tecnico”, cioè di malversazione vera e propria; mentre nel secondo il tradimento si è compiuto facendo credere agli altri cose diverse da quelle che erano nella realtà, più appropriatamente si è trattato d’incompetenza professionale nascosta, mascherata dalla totale dedizione ed attaccamento al lavoro. Nel secondo caso si può senz’altro affermare che “l’eccesso di zelo è sempre sospetto”.

In entrambe le situazioni, gli artefici del tradimento erano persone che da tantissimi anni lavoravano con le rispettive aziende, divenendo nel tempo i fiduciari dei titolari, che, impegnati nella conduzione aziendale, avevano loro delegato le delicatissime funzioni amministrativo-finanziarie, atteggiamenti assolutamente ovvi e naturali quando c’è di mezzo la fiducia.

Ambedue le situazioni hanno provocato conseguenze notevoli per le imprese: la prima è fallita e il titolare ha avuto anche conseguenze penali; la seconda ha corso il rischio di fallire se avesse continuato ad essere gestita amministrativamente e finanziariamente in quel modo, e per liberarsi del dipendente infedele è stata costretta a porre mano al portafoglio in maniera considerevole.

La malversazione

L’impresa era attiva nella costruzione d’infissi in alluminio, vi lavoravano 14 persone più il titolare, per il modo di operare e per gli articoli prodotti era molto stimata tra la clientela. Il responsabile amministrativo è l’attore principale, già da moltissimi anni lavorava presso quest’azienda, il rapporto fiduciario con il titolare aveva raggiunto un tale livello che quest’ultimo gli aveva dato mandato per procedere alla modifica dell’assetto societario, trasformando la società da S.a.s. a S.r.l., con l’intenzione di cedergli a titolo gratuito una partecipazione del 5%, quando i fatti sono stati scoperti la procedura di trasformazione era avviata.

Il dipendente aveva in mano tutta la gestione amministrativo-finanziaria dell’azienda, successivamente lo stesso titolare si riconoscerà la colpa di non aver vigilato a sufficienza, ma si sa come vanno queste cose: il tradito è sempre l’ultimo a sapere.

L’incarico comprendeva la gestione della parte amministrativa e della parte finanziaria: contabilità generale, fatturazione clienti e rapporti con gli stessi, dichiarazioni fiscali, rapporti con i fornitori, rapporti con le banche, versamenti dei contributi previdenziali e delle ritenute del personale all’esattoria, ecc., ecc..

Proprio nell’ambito dei rapporti intrattenuti con le banche, alle quali peraltro sono imputabili alcune colpe, e dei versamenti dei contributi e delle ritenute del personale la malversazione è stata realizzata.

Nell’ufficio amministrazione c’era anche un giovane ragioniere al quale il collega più anziano, si è scoperto dopo, diceva di fare “cose” che gli risultavano non convincenti, ma poiché era l’ultimo arrivato obbediva ciecamente e senza discutere.

Ma cosa è avvenuto in concreto: all’azienda fu sottratta la somma complessiva di Lit. 350.000.000, che ai tempi erano tantissimi soldi.

Le modalità di sottrazione di tale somma erano molto semplici:

1) Ogni mese si dovevano versare in esattoria i contributi previdenziali e le ritenute sugli emolumenti erogati al personale, il responsabile predisponeva i regolari bollettini di versamento che faceva vistare ed autorizzare per il pagamento al titolare, poi andava in banca a prelevare le somme così autorizzate e anziché fare i versamenti teneva le somme per lui. Dopo accertamento presso la stessa esattoria, si scoprirà che per ben otto anni contributi previdenziali e ritenute non erano stati versati, facendo così scattare il reato di appropriazione indebita in capo al titolare, per le somme trattenute al personale in busta paga e non versate. Non solo, anche le dichiarazioni fiscali del sostituto d’imposta venivano regolarmente preparate, sempre dalla stessa persona, fatte firmare al titolare e dopo erano riposte (o nascoste) negli armadi, anche questo si scoprirà successivamente. Quindi responsabilità e sanzioni per l’impresa e il suo titolare.

2) Altra modalità di sottrazione delle somme era la seguente: nelle distinte dei versamenti effettuati presso le diverse banche veniva molto spesso esposto un resto, ad esempio, per un versamento di Lit. 15.000.000 c’era un resto di Lit. 10.000.000, che naturalmente non andava nelle casse aziendali ma nelle tasche del responsabile amministrativo. Quanto alla firma che autorizzava il resto nelle distinte di versamento, questa era uno scarabocchio del versante (il responsabile amministrativo) e non la regolare firma del titolare del conto, proprio qui è la colpa delle banche, il non avere ogni volta e regolarmente accertato la regolarità della firma.

Questo modo di agire andava avanti da molto tempo e l’ammanco di cassa continuava a crescere, per mascherare tale ammanco cosa faceva il nostro genio? Pensò bene di fare così: al momento della fatturazione, per i clienti che pagavano con le ricevute bancarie, emetteva doppie, e in qualche caso triple, ricevute bancarie a valere su una stessa fattura. Per esempio: fattura di Lit. 1.200.000 con pagamento a 30 e 60 giorni, venivano emesse le due regolari ricevute bancarie, poi ne veniva emessa una terza con scadenza a 90 giorni per l’importo totale, sfruttando lo stesso numero di fattura. Le tre ricevute bancarie venivano presentate in banche diverse per essere anticipate, naturalmente il cliente pagava il dovuto e respingeva la terza ricevuta bancaria perché irregolare; così l’azienda, nei rapporti con le banche, oltre a figurare con un altissimo, per numero e valore, livello di insoluti da clienti, si trovava esposta per le somme che irregolarmente erano state anticipate con le ricevute bancarie “farlocche”.

Tutto ciò veniva fatto con i clienti più attivi e continui in termini di fatturato, e gli stessi erano convinti che tale modo di procedere fosse dovuto al fatto che l’azienda agiva così perché mancante di liquidità, cosa non vera. E quando qualche cliente chiamava per chiedere spiegazioni era sempre il responsabile amministrativo a gestire le lamentele, affermando che si trattava di disguidi di banche o altro simile. Fino a quando uno dei più grossi clienti, nel corso di una visita presso di lui, disse al titolare di smetterla con l’emissione di ricevute bancarie per procurarsi liquidità, com’è ovvio immaginare questo non seppe che dire, e davanti allo stesso cliente chiamò il ragioniere per chiedergli spiegazioni, che capendo di essere stato scoperto riuscì solo a farfugliare qualcosa di incomprensibile. A questo punto il titolare, sospettando che qualcosa di grave stava accadendo, disse al ragioniere che al suo ritorno avrebbe voluto esaminare con lui i conti di tutti i clienti, visto che altre segnalazioni come questa gli erano giunte, e lui, il ragioniere, aveva sempre minimizzato asserendo che si trattava di errori o disguidi bancari. Al ritorno in azienda il ragioniere era sparito, e si rese irreperibile per qualche tempo, una volta raggiunto le sue spiegazioni furono sempre le stesse: errori, disguidi, è il cliente che sbaglia, ecc., ecc. Ma la realtà era ben diversa.

Le banche pretesero l’immediata restituzione delle somme irregolarmente anticipate, qualcuna procedette pure alla revoca dei fidi con il rientro immediato delle somme utilizzate, queste ultime regolarmente.

L’inventario degli importi per contributi previdenziali e ritenute da versare all’Erario si rivelò consistente, a cui andavano aggiunte le sanzioni e gli interessi.

I pagamenti ai fornitori, com’era prevedibile, incominciarono a ritardare, alcuni di questi iniziarono a chiedere anticipi per eseguire le forniture, anticipi che l’azienda non era nelle condizioni di dare. La produzione prima rallentò lentamente, poi vistosamente fino a fermarsi, e con essa le consegne in corso e le vendite, con conseguente perdita di fatturato e clientela. Non rimaneva altra soluzione che presentare i libri in tribunale per chiedere l’autofallimento: 14 persone compreso il titolare rimasero senza lavoro. Titolare che si dovette difendere anche sul piano penale per il reato di appropriazione indebita, reato commesso da altra persona ma la cui responsabilità ricadeva su di lui. Il ragioniere fu denunciato alla Procura della Repubblica. Tempo dopo si scoprì che un’altra azienda, dove nel frattempo aveva trovato lavoro, era rimasta sua vittima, la tecnica adottata era sempre la stessa.

L’incompetenza professionale

In questo secondo caso è l’incompetenza a svolgere il proprio ruolo e le proprie funzioni il filo conduttore dei fatti. Fortunatamente non si arrivò al fallimento dell’impresa, anche se la stessa, per liberarsi del responsabile amministrativo incompetente, fu costretta a sborsare un’ingente somma, come stabilito da un tribunale che non tenne conto neppure delle inequivocabili prove documentali presentate.

La persona di cui si parla già da molti anni lavorava presso l’azienda, che nel corso del tempo si era stata trasformata da S.r.l. a S.p.a., ed operava nel commercio all’ingrosso di materiale elettrico. I dipendenti erano circa 20, era retta da un consiglio di amministrazione, c’era il collegio sindacale ed era molto ben capitalizzata sotto il profilo patrimoniale.

Il notevole incremento di fatturato unitamente alla trasformazione in società per azioni, richiedevano al responsabile amministrativo un approccio meno artigianale e più tecnico alle problematiche relative alle gestioni amministrativa e finanziaria. Competenze tecniche che nella persona erano totalmente mancanti, ed ogni qualvolta veniva interpellata dal titolare circa la necessità di ricorrere ad un aiuto esterno, diceva sempre che non c’era alcun problema e che tutto era sotto controllo.

L’azienda operava con dieci banche diverse, e le condizioni applicate ai diversi rapporti più che contrattate erano subite supinamente, nessun’attenzione era prestata al valore delle commissioni addebitate per le diverse operazioni e alle valute applicate sia agli addebiti sia agli accrediti, alle valute in particolare, con riferimento ai pagamenti mensili delle ricevute bancarie e alla provvista creata, sempre mensilmente, attraverso la presentazione del portafoglio da anticipare; provvista che copriva abbondantemente gli importi da pagare.

Specificamente, la sfasatura temporale delle valute, che era di soli due giorni, creava i seguenti effetti perversi: ogni mese c’era una segnalazione alla centrale rischi, da cui emergeva che l’azienda aveva un notevole scoperto tra l’accordato e l’utilizzato, rispettivamente importo dei fidi concessi e importi complessivamente utilizzati, situazione che in genere è considerata estremamente pericolosa dal sistema bancario, perché evidenzia l’incapacità dell’azienda di fare fronte ai propri impegni, ovviamente ciò non era vero.

Da aggiungere, gli scoperti nei conti, sebbene per soli due giorni, comportavano l’applicazione di tassi debitori più alti, oltre alle commissioni di massimo di scoperto; a questo meccanismo, ripetuto ogni mese e per importi che ai tempi raggiungevano il miliardo di lire, conseguiva l’addebito di notevoli importi per interessi, quindi oneri finanziari in continua ascesa. Naturalmente alle banche la cosa conveniva, guadagnavano bene con gli interessi addebitati ed erano più che sicure della solidità patrimoniale dell’azienda, quindi si guardavano bene dal segnalarla. E’ stato sufficiente chiedere alle banche di spostare di due giorni la valuta di addebito in conto delle ricevute bancarie da pagare, di “lavorare” lo stesso giorno di presentazione il portafoglio da anticipare, di rivedere tassi e commissioni applicate, per risparmiare nel giro di un esercizio quasi 200milioni di oneri finanziari e commissioni bancarie.

Come se non bastasse, l’incompetenza si manifestava anche nella gestione amministrativa, il responsabile amministrativo aveva una scarsa conoscenza circa il funzionamento del sistema informatico, e dopo tanti anni in quella posizione non aveva ancora capito qual è la differenza tra criterio di competenza e criterio di cassa delle operazioni aziendali e delle conseguenti rilevazioni contabili. Per inciso, il criterio di competenza è quello che devono seguire le aziende nel procedere alle rilevazioni contabili delle diverse operazioni poste in essere, l’operazione che si manifesta in un esercizio è di competenza dello stesso, quindi va rilevata contabilmente in questo, anche se si conclude nell’esercizio successivo. Per esempio, le rilevazioni contabili relative alle scritture di assestamento (per la chiusura del bilancio), si eseguono generalmente nel periodo dei centoventi giorni successivi alla chiusura dell’esercizio, la data della rilevazione sarà corrispondente a quella di effettuazione, ma la competenza è dell’esercizio precedente.

Ebbene, si poté rilevare che nei dieci anni precedenti alla data del mio incarico professionale i mastrini di contabilità, le scritture ausiliarie obbligatorie per il codice civile, anziché aprirsi con il primo gennaio e chiudersi con il trentuno dicembre, riportavano congiuntamente le operazioni contabili di tre esercizi consecutivi: quelle dell’esercizio precedente per le scritture di chiusura, quelle dell’esercizio in corso, e quelle dell’esercizio successivo per le scritture di apertura.

Ma non è finita, si scoprì che nel libro giornale vi erano le rilevazioni contabili di operazioni inesistenti. Cos’era successo, tutte le aziende in corso d’anno e qualche mese prima della chiusura del bilancio in genere fanno il punto della situazione, e stimano il prevedibile risultato che andranno a conseguire alla chiusura dell’esercizio, date per certe alcune condizioni.

La stima si basa sugli importi che prevedibilmente affluiranno nel bilancio, però si tratta di importi non definitivi, pertanto, partendo dai dati contabili certi, li s’inserisce e si accerta quale sarà il probabile risultato finale. Ovviamente si tratta di simulazioni, da fare con molta cautela o usando lo stesso programma di contabilità, se ciò è possibile farlo, ma senza rilevare le operazioni come definitive, o, ancora meglio e meno rischioso, si usa un foglio di calcolo elettronico, che consente di fare tutte le simulazioni che si vuole.

Richiamando quanto già detto in precedenza, la scarsa conoscenza da parte del responsabile amministrativo del programma di contabilità in uso, e la totale mancata conoscenza dell’esistenza dei fogli di calcolo elettronici – usava fogli e fogliettini volanti di varie dimensioni e quadernoni nei quali riportava “diligentemente” le operazioni bancarie – avevano fatto sì che le simulazioni di chiusura del bilancio fossero rilevate nel libro giornale. E’ facile immaginare le conseguenze che potevano derivare agli amministratori e al collegio sindacale in caso di controlli da parte degli Organi preposti.

Gli stessi fogliettini volanti venivano consegnati al titolare quando chiedeva informazioni circa la posizione finanziaria della sua azienda; fogliettini che ovviamente non gli permettevano di controllare adeguatamente l’andamento finanziario.

I due casi narrati, realmente accaduti, dimostrano che la fiducia riposta nelle persone sbagliate può avere conseguenze anche gravi. Quindi, occhi aperti!!

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